LE ORIGINI DEL BEAGLE Il nome beagle appare per la prima volta in un poema che il bardo gaelico Ossian scrisse nel III sec. riferendosi a piccoli cani usati come segugi.Dopo un lungo silenzio, ritroviamo questo nome nel XV sec. nel libro di st. Albans di Juliana di Berners, sempre per indicare un segugio dalle dimensioni ridotte.Beagle infatti, che deriverebbe dall’antico termine inglese begle (o dal francese beigle o dal celtico beag), significa “piccolo” e, fin d’allora, sta a testimoniare il paziente e lungo lavoro di selezione che era stato necessario per ottenere questa meravigliosa miniatura.Già fin dall’antichità, venivano infatti allevati cani di dimensioni particolarmente piccole per cacciare lepri o conigli selvatici.Senofonte (IV sec. a.C.) parla di cacci alla lepre con segugi piccoli, robusti e coraggiosi.È probabile che questi cani, allevati anche a Roma, siano stati trasportati in Gran Bretagna al seguito degli eserciti Romani, anche se, non avendo documentazione alcuna che lo confermi, tutto quello che si può fare, è formulare ipotesi più o meno attendibili.Naturalmente non si trattava dei beagle dei giorni nostri: la strada da percorrere era ancora molto lunga!Si può supporre però che alla formazione del tipo moderno di beagle abbiano concorso non solo i vari segugi che si erano andati diffondendo nel nord e nel sud del Paese, ma anche i talbot, dal mantello quasi esclusivamente bianco, che nel XI sec. Guglielmo il Conquistatore avrebbe portato in Gran Bretagna.Qui evidentemente, la fortuna di questi piccoli cacciatori andò sempre più aumentando: il beagle, pur essendo un cane piccolo, quindi poco ingombrante e costoso, e facilmente trasportabile, è molto ben proporzionato, armonico e soprattutto veloce, a differenza dei basset che, ridotti solo negli arti per ottenere un andatura piu lenta, risultano completamente privi di proporzione e di armonia.Grazie alla loro taglia e al loro eccezionale carattere (sono fra i cani più vivaci e gentili del mondo) i beagle erano i preferiti dalle dame e i castellani che ne tenevano numerose mute.La taglia ridotta permise loro di sfuggire alle terribili Leggi Forestali del Re Canuto (promulgate nel 1014) che proibivano di tenere cani da caccia nel raggio di dieci miglia da una foresta reale, “a meno che non fosse azzoppato” eccezion fatta per i cani da salotto o certi “piccoli segugi”.Cani allevati anche alle Corti e preferite dai Re (Enrico VII ne aveva un gran numero), vissero un periodo particolarmente felice ai tempi della Regina Elisabetta I; sua figlia aveva infatti ereditato una muta di beagle che misurava dai 18 ai 25 cm di altezza e che finirono per passare ai posteri con il nome di Beagle Elisabeth, in onore della Sovrana che li predilesse e li allevò in modo eccezionale.Questi esemplari “formato ridotto” ebbero molta fortuna anche nei secoli seguenti, con nomi diversi come gloves beagle, dwarf beagle o anche pocket beagle, nome che evidentemente derivò dall’abitudine di condurre questi cani sul terreno di caccia, trasportandoli nelle tasche laterali delle selle dei cavalli o dei pony.Purtroppo, verso il XIX sec., poco alla volta, in Inghilterra cominciarono a diminuire le mute dei piccolissimi beagle, per poi scomparire quasi del tutto ai giorni nostri.E anche l’ultimo standard del beagle, quello del 1987, non menziona più questa varietà, che invece in quello del 1890 era ufficialmente riconosciuta: vi ci precisva che i pocket beagle non dovessero superare i 26,4 cm di altezza.Comunque, nel corso dei secoli, fino ad arrivare all’epoca della Regina Vittoria. La popolarità non venne mai meno (il Principe Alberto possedeva una bella muta di beagle, alcuni dei quali quasi tutti bianchi).Diffusi in tutta la Gran Bretagna, cacciavano nelle campagne in grandi mute, incalzando la preda con l’inconfondibile coro di voci, talmente armonioso e melodioso, da giustificare l’appellativo di Singing Beagle dato a questo segugio da sempre giudicato imbattibile per la caccia alla lepre. Va precisato che per “caccia alla lepre” si intende la “caccia a piedi”.Gli Inglesi avevano invece selezionato l’harrier per la “caccia a cavallo”, da loro praticata con passione, e il foxhound per la “caccia alla volpe”, ambedue molto piu veloci dei beagle.Purtroppo, per quanto noti e popolari, i beagle erano molto diversi a seconda delle regioni di provenienza e dei terreni di caccia: gli allevatori, che avevano la tendenza a costruire un loro tipo “personalizzato”, non si curavano affatto dell’omogeneità, ma solo delle doti venatorie dei propri cani.Le taglie erano quindi diverse. Nel 1800 lo Sportsman’s Dictionary ne distingueva due principali:la taglia media di beagle del nord, e una più piccola, tipica dei beagle del sud. Diverse anche le teste (misura e attaccatura dell’orecchio, labbro più o meno pendente, muso più o meno appuntito); i mantelli ( nel Galles esisteva una varietà a pelo duro; i colori ( variavano dal bianco quasi assoluto, al bianco e nero o nero focato, dal bianco-arancio al bianco e fulvo o limone).Ancora oggi ricompaiono ogni tanto dei soggetti molto moschettati di nero o grigio, che richiamano gli antichi blue mottled, i beagle blu del galles.Dobbiamo arrivare sino alla metà dell’ Ottocento per trovare nell’essex un modello quasi simile a quello attuale, creato dal reverendo Philip Honeywood, i merry bearle; ancora dall’ Essex traggono le loro origini i famosi royal pack del Colonello Thompson.Il merito di aver reso omogenea la razza va al Beagle Club, fondato nel 1890 con lo scopo di unificare tutti questi vari tipi e di crearne uno, corrispondente allo standard che venne subito redatto.Lo stesso fine animava la Association of Masters of Harriers and Beagles sorta l’anno seguente, che era riservata appunto ai maestri di muta dei cani da lepre.Anche le esposizioni di bellezza contribuivano al miglioramento e alla standardizzazione dei beagle.A parte il periodo della I Guerra Mondiale, che per forza di cose fermò ogni attività cinofila, essi si diffusero sempre più anche grazie al fatto che molti Inglesi ne fecero un simpatico (oltre che bello) cane da compagnia.Negli anni Trenta, una grande allevatrice, Mrs Nina Elms, diede un grande impulso alla razza(vincendo anche numerose esposizioni) come pure il visconte Chelmsford e Mrs Stockley, che continuò ad allevare i suoi beagle anche subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, guerra che purtroppo aveva di nuovo annullato, almeno per qualche anno, tutto il lavoro paziente degli appassionati cultori di ogni razza canina. Attualmente l’Inghilterra vanta un buon numero di allevatori, o meglio di allevatrici di beagle. Gli Inglesi, che ora hanno creato anchen nuovo Club, The Beagle Association, hanno saputo mantenere un livello di qualità molto alto, grazie anche a importazioni di campioni americani. In America infatti il beagle, arrivato verso la fine del secolo scorso, godette subito di grande popolarità; venne (e viene tuttora) utilizzato per la caccia al coniglio selvatico, ma raggiunse livelli notevoli anche come cane da esposizione, è un po’ più piccolo del cugino inglese, come si vede dallo standard in vigore in questo Paese, che fra l’altro prevede ancora due taglie: una fino a 32,5 cm e una fino a 37,5 cm. In Francia, nel 1864 Paul Caillard portò dei beagle ai fratelli De Chabot che li allevarono con grande cura e ne cedettero più tardi alcuni al Conte di Beauregard, che iniziò a sua volta l’allevamento. Le loro mute divennero famosissime, soprattutto per l’enorme quantità di selvaggina che seppero procurare, e da allora i cacciatori francesi non hanno smesso di occuparsi di questo segugio, che anche in Francia è considerato il migliore per la caccia alla lepre e uno stupendo cane da compagnia. In Italia il beagle appare piuttosto tardi, nel 1967, quando l’avvocato Paolo Dondina importò questa razza dall’Inghilterra. Si trattava di una coppia, per la cronaca, Rachele e Pickering of Druny. Fu l’inizio di una lunga e gloriosa serie di beagle, alcuni inglesi, altri americani, moltissimi nati nell’allevamento di Pesco (di cui l’Avvocato Dondina è titolare). Essi non solo hanno segnato l’inizio della diffusione del beagle nel nostro Paese, ma per le loro qualità hanno tenuto alto il prestigio dei segugi (spesso inosservati e negletti) alle esposizioni di bellezza. Tanto entusiasmo per questa razza non ha mancato di contagiare altri cinofili che, a loro volta si sono impegnati a diffonderla e farla conoscere al pubblico delle esposizioni e nelle gare di caccia; dai risultati, pare che questi nuovi allevatori ci siano riusciti.
|